Diomede e il pianeta sepolto

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Diomede era un ragazzo particolare. Di tutte le sue particolarità quella che risultava essere la più interessante e la più fastidiosa era la curiosità. Essa lo spingeva a chiedersi cose per cui gli altri non sprecavano normalmente il loro tempo. Oppure lo incitava a formulare domande ed ipotesi teoriche a cui nessuno, tranne lui, giungeva con l’ausilio del pensiero e del ragionamento. Però rappresentava anche un grosso fastidio: i suoi amici spesso non lo comprendevano, finendo per escluderlo un poco. Si annoiavano, pensando che fossero sterili, inutili e spesso fantasiose elucubrazioni sul mondo e la vita. Il suo animo curioso era sovente inquieto. Osservava, cercava, pensava e cercava di nuovo; in certi momenti la confusione lo assaliva come un vortice centrifugo che spezzettava il suo essere in tante parti, gettandole chissà dove. Quando accadeva, doveva trovare il modo con il quale ricomporsi: modo di pensiero, d’operazione sulla realtà e certamente modo di ricomporre la sua relazione con il mondo e la sua identità. La sua identità…beh, Diomede era una creatura speciale e unica, possedeva un bellissimo e terribile talento: viaggiava nei mondi degli sciamani e dei defunti.

La prima volta che accadde lo vidi capitombolare rovinosamente e a velocità spaventosa verso il basso, come se avesse fatto un tuffo a testa dopo aver preso una rincorsa di miglia e miglia. Non potei trattenere una risata per la sua indubbia goffaggine, anche se ciò che lo aspettava non era gradevole. Si addentrò, quasi incredulo, in uno dei luoghi più temuti e aspri dell’intero Ade. Per scelta o per fortuito caso, è ancora da scoprire.

Quando riemerse dalle brume pensò, teneramente, che la lettura dell‘Inferno di Dante avesse oltremodo eccitato la sua già fervente immaginazione. Passò qualche mese a lambiccarsi il cervello. Aveva sognato? No. Ciò che aveva visto e sentito era troppo ben congegnato per essere frutto dell’immaginazione di un mortale, per quanto dotato. Anzi, le ombre piangenti, desolate e torturate dalla loro colpa avevano evidenziato una comune natura con il viaggiatore Diomede: non poteva essere che quella umana. Inoltre sembravano tutte sapere di essere parti dell’ordine divino, con le sue leggi e le sue eccezioni, vagliate sull’unicità d’ogni vita e d’ogni azione.

Quando Diomede accettò che l’esperienza vissuta era stato un vero viaggio extrasensoriale volò verso l’alto a vele spiegate. Lì conobbe spiriti di luce e animali di potere. Era davvero bravo a intessere relazioni e rispettava la saggezza di cui gli spiriti erano portatori. Ben presto gli animali suoi alleati crebbero in numero e varietà di specie. Diomede, sei davvero speciale.

Un giorno il ragazzo, conversando con una balena gigantesca dalla voce armoniosa, fu traversato da una fulminea intuizione, che riporto traducendola in parole. Diomede si chiese perché il pianeta azzurro sul quale viveva stesse lentamente muovendosi verso la sua entropica fine.

-“Le risorse non sono infinite”-, proruppe la balena facendosi eco dei suoi pensieri

-“Purtroppo per noi”-, le rispose il ragazzo

-“Prima pensavo fosse un inevitabile destino della razza umana, ma ora…”-, Diomede s’interruppe, confuso e timoroso di mancare di rispetto a quella splendida saggezza di cetaceo dei grandi mari dello spirito.

La balena s’immerse e sbatté con fragore la sua grande coda blu, schizzando Diomede, elegante e al tempo stesso provocatoria. Lui intese e riprese a parlare:

-“Ho la sensazione che l’umanità, in un arcaico passato, abbia avuto una possibilità di scelta…come una diramazione, in termini di evoluzione e progresso della razza”-.

La balena aprì l’immensa bocca, a metà strada tra l’ammonimento e l’approvazione. Un segreto stava per rivelarsi al genio di Diomede.

IL vento si alzò, potente. Spazzò la rena. Il mare s’agitò in un tumulto mentre il ciel era stranamente sereno. Qualcuno stava arrivando, qualcuno di potente e temibile, ma la voce che parlò al suo orecchio era femmina, era fragola, era miele:

-“Caro, dolce Diomede hai fatto la domanda giusta. Ma ne pagherai il prezzo.”-

Sbigottito, il ragazzo provò a girarsi per vedere la fonte di quell’impalpabile sussurro…Ma vide solo la rena smossa dal vento.

-“Aka, la memoria”,- la stessa voce. Ora di tuono e maestà.

Era rivolta al grande cetaceo che s’immerse nelle profondità oceaniche. Ne riemerse con uno strano e mirabile oggetto nelle potenti mascelle. L’oggetto emanava una luce rossa, la cui nettezza non veniva influenzata dai sobbalzi e dai movimenti di Aka. Era una luce eterna e indistruttibile. Non appena gli fu vicino, Diomede capì che era un manoscritto, però le sue fattezze erano qualcosa di inconcepibile sulla Terra: era una sfera. Non è tanto facile vergare parole d’inchiostro su una superficie di tal fatta, in modo preciso e nitido, per di più con un’affascinante e svolazzante calligrafia.

Diomede sfiorò l’oggetto e perse i sensi. O meglio, sprofondò in una trance ancora più profonda. Il potere di quel manoscritto si rivelò in un turbinio di sensazioni e immagini. Vide animali e piante mai visti prima, nemmeno nei libri sulla preistoria della Terra. Erano creature sorprendenti; tuttavia possedevano qualcosa che ricordava la fauna e la flora terrestri: una parentela concernente più la sostanza che la forma. I colori erano irreali, prendendo per paragone la struttura cromatica della Terra. Predominava infatti il rosso, negli oceani nei fiumi e nei laghi. Il suolo ricopriva tutte le gradazioni purpuree, marroni e arancioni che Diomede aveva potuto vedere nell’arco della sua giovane vita. Ma ce n’erano tantissimi altri, non classificati e nominati, che Diomede anni dopo fu capace di ricordare solo nella forma della sinestesia. -“La rifrazione della luce…”,- pensò Diomede che, abbagliato dalla visione, non riuscì a completare la propria riflessione.

Gli abitanti del pianeta rosso erano assai strani, soprattutto per le loro consuetudini. Lo erano anche nell’aspetto estetico ma non potevano essere definiti né belli né brutti. I canoni di bellezza di quei luoghi erano altri rispetto a quelli terrestri. Tuttavia non c’era alterità nella comune tendenza alla spoliazione e allo sfruttamento sistematico delle risorse planetarie. Sotto molti soli e molte lune il popolo rosso seguì la sua parabola discendente: dall’apice della ricchezza e del progresso all’inevitabile declino, con la sua scia di morbi, fame e siccità. Le nuvole, con il grato dono della pioggia, non furono più viste da oltre un secolo. Gli oceani color rubino si prosciugarono. Il pianeta arse nel caldo e nel fuoco, vittima di un silenzioso quanto implacabile sole, testimone della nefanda adorazione di potere di quella stirpe ormai estinta.

Tutto questo vide Diomede, tutto questo portò nel suo inquieto cuore e nella sua ronzante mente finché visse sulla Terra. Capì che l’umanità non era stata la prima forma di vita a popolare l’universo e a rovinare la bellezza e la fertilità di un pianeta. A lungo Diomede si chiese come sanare la piaga della Terra che l’essere umano continuava a slabbrare e ad infettare, con ben poca intelligenza e lungimiranza. Ormai prossimo alla soluzione, gli traversò il passo un segno dal cosmo che solo lui poteva riconoscere ed intendere. Molte balene si erano arenate a sud, quel giorno. Allora Diomede raccolse forze e risorse, ormai di uomo maturo, prese l’oracolo che le ombre dell’Ade avevano custodito, si mise alla testa dell’esercito sciamanico e iniziò a combattere.

-“Tanti baci, Diomede”-.

 

 

 

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