Le meravigliose prodezze della magnifica Aglaia

Aglaia marciava lesta. Il passo seguiva la cadenza dei tamburi e il suo piede si abbatteva con rovinosa forza al suolo, alzando sbuffi di polvere. Un nerboruto e attraente uomo le marciava accanto. Lo conosceva da poco, ma quel poco bastava per dirle che avrebbero combattuto fianco a fianco. Achei, troiani, spartani, argivi…che solenne suono dai tempi antichi.

L’arsura le premeva il petto e la gola ma tempo non v’era per fermarsi. L’oscurità incombeva, come le aveva sussurrato l’oracolo sacro. Aveva mantenuto il segreto, ma poco era valso. Finora.

Qualcuno già sapeva. Qualcuno già aveva tradito. Il fulmineo pensiero la attraversò; l’uomo le gettò un’occhiata fugace. Lei capì. Aiace era il suo nome.

-“Aglaia dall’impavido cuore, ti vedo arrossire…”-, scherzosa e dall’apparir beffardo, la voce l’invitava alla calma.

Proruppe il petto della donna, la lunga treccia ondeggiò. Ella intonò un inno. Voci si levarono al suo fianco, i tamburi rullarono forti come le gambe di una donna e duri come il membro di un uomo.

Ma non tutti cantar sanno e l’accozzaglia di voci un poco coprì il canto:

(…) dominatore dei nemici, guida degli uomini giusti;

signore del coraggio, che ruoti la tua sfera vampante fuoco

fra i pianeti delle sette vie… (…)” [cit.]

Il nerboruto le cinse il fianco e le strinse il braccio; poi si staccò.

Aglaia arrossì ancora, per la seconda volta nella sua amabile e bronzea vita. Si girò a guardarlo, veloce come la lepre, e abbassò gli occhi per poi rialzar il volto, bello e temibile, verso la strada polverosa. Forza era il suo rango, coraggio la sua missione. E intanto da lassù qualcuno rideva, noncurante di schiere e lestofanti. Qualcuno che si divertiva a giocar d’azzardo. Solo coi prodi.

Arrivarono alla cittadella che era mezzodì. Aglaia si appoggiò ad uno scoglio e si tolse le calzature. L’uomo le si sedette appresso e iniziò a lucidar l’arme. La donna non sapeva che fare: muoversi, lavarsi nel mare, proferir parola. L’apparenza che emanava era di donna spartana. Ma in cuor suo, repentino come il fuoco che s’accende dal fulmine che in terra cade, un disio la rapiva. Dolce come il sale che di pietanza accresce il sapore. Amaro come il mare che di star fermi mai concede. Dolce come qualcosa che ancor non si conosce e che sfugge.

Lei rimase, lui al suo fianco. Tutti andarono a nutrir i desideri di cibo, d’ebrezza e di piacere lasciandoli soli, in riva al mar.

-“La sacra vite e la profumata rosa, Aglaia”-, Aiace le stringeva le mani e la guardava negli occhi. Il suo sguardo era della dolcezza più pura e più incondizionata, proprio di coloro che guerre han visto e combattuto.

Aglaia vacillò e arrossì.

-“E siamo a tre guance color rubino, impavida!”-, di nuovo risa, questa volta congiunte con schiamazzi sempre più divertiti, dall’alto.

La donna guerriera disse che aveva una guerra da combattere. Aiace rise e la strinse a sé, di più.

-“Aglaia, guerre furono combattute per amore, e pace in tutto il mondo non la portarono. Ora che rimane, per te?”- disse Aiace.

-“Non so, io..”- Aglaia pianse, presa nel turbine del nuovo. E continuò:

-“Insperata freschezza mi giunge da te. Tu sei combattente eppur tale rimani parlando d’amore…”-

-” Questa è la tua vita Aglaia, perché rinunciarvi?”-

Aglaia capì che una battaglia si combatte ad armi pari. Aglaia capì che rinunciare a se stessa era come arruolarsi dall’altra parte. Aglaia capì che aveva combattuto per questo. Divenuta la lucente, lo baciò.

Si spogliarono e presero il mare, non dimentichi dei loro compiti.

-“Qualcuno potrebbe sottotitolare: come Amor nasce dalle situazioni più insperate, purché pace vi sia garantita. Qualcun’altro potrebbe dir che in amor vince chi (s)fugge”-, risate, beffe, cuor di miele.

 

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