Il ditale purpureo – parte I

Di buon mattino m’incamminai verso il Castello delle Umide Pietre. La gente diceva nel linguaggio del folklore che era stato “tempio e teatro”, di notte e di giorno. Il significato non era ben chiaro, forse per questo mi ci avviai.

Camminando esitante e per questo inciampando spesso, m’accorsi d’una pietra grande ed inconsueta. Verde smeraldo era da lontano, ma da vicino era il verde e grigio dei torrenti. Rimasi credo incredula, ma dire ben non so di me in quel tratto. Eppur che ci ripenso, memoria non aggiungo e non perdo.

Il terreno era fangoso, la mia lunga veste sfiorava appena il terreno ma non so come, ci arrivai pulita. Avevo assaggiato more. Il dolore delle spine lungo braccia e caviglie era stata una giusta ricompensa per aver predato, in passato, nobili conquistatori. Donna ero, ma una spada possedevo. Mi ricordo di quella volta che entrai nella bettola del Calice di Rame. Ad attrarmi fu il nome. Come pompa del viver truffaldino, ladro e irriverente anche quelli come me potevano gustarsi il calice dei nobili. Purché di rame: l’oro è da predare.

-” E il vino buono lo fa il contadino“- tra risate e scherno, quella voce aveva seguito il filo dei miei pensieri. Ma chi era, è troppo presto per dire.

-“Sei sola ragazza!?”- mi chiese l’oste che parlar con tono burbero deve.

-“Qualche problema?”- mi scostai il mantello e la lama luccicò. Sapevo che per farsi rispettare il ferro bisogna mostrare.

-“Cosa bevi?”- aveva funzionato, con uno straccio lurido passava il legno del tavoletto destinato a me.

-“Vino del Contadino”- risposi con voce abbastanza alta. Anche se, com’era prevedibile, nessuno si mosse.

-“Te lo porto nel rame”- rispose l’oste in qualche modo addolcito.

Nell’angolo vicino al fuoco sedeva un mantello scuro che nascondeva un uomo agli sguardi, palpabili e impalpabili che fossero. Forse anche ai rumori. L’uomo beveva da un calice color piombo. Alla base vedevo segni di consunzione che della ruggine parlavano, ma non erano. Come se l’uomo si fosse portato ovunque il suo calice, lasciando che le intemperie lo rovinassero. “Così forse l’ha forgiato”-pensai. E il mantello e l’uomo dentro esso ebbero un leggero, ancorché lieve, sussulto. Su quel calice si affastellavano sigilli di metalli preziosi e pietre di vari colori. Solo alla base della bocca. Potei vedere il rosso, il verde, il viola, il nero e il trasparente.

L’uomo si voltò col suo mantello e, benché non ne scorgessi gli occhi, potrei essere certa che rivolse lo sguardo a me. Uno di quegli sguardi dove l’incavo si stringe in un segno di diffidenza guardinga e insieme meraviglia. Mi sentii frugata dal più abile dei ladri, a parte me.

Arrivò un giullare. Di giallo, arancio e blu era il suo costume, mentre il trucco era bianco. Piroettò nella sala, richiamò gli sguardi degli astanti e per prima cosa s’inchinò. Lento eppure veloce. Continuò lo spettacolo. Immaginai che si chiamasse Festina Lente. Non solo per il detto latino ma anche in italiano senso avea: eravamo in una festina che la lente ingrandì. Bisognava arrivarci, lì.

Più tardi uscii. Non prima di ricordare che l’uomo col calice di piombo aveva bevuto una strana e irripetibile coincidenza di fattori. Forse ne era ebbro, forse soffocato.

Ciò che aveva bevuto era sì liquido, eppure materico. Si muoveva da solo e col movimento del calice di piombo, che seguiva le vibrate gestualità del suo padrone. Era di roccia, di ghiaccio ciò che lui sorbiva. Era nero il liquido e cangiante la sostanza..

Fuori lo incrociai, il volto non avea più coperto. Gli dissi, senza preamboli:

-“Ma come un calice del più basso metallo di diamanti incastonato“- e la mia voce era delle più sincere e misteriose che potessi fare.

Ci saremmo ritrovati, io e l’Alchimista.

 

red candle
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